DIRITTO PENALE. La causalità omissiva. Focus giurisprudenziale (Aprile 2013-Aprile 2014).

DIRITTO PENALE. La causalità omissiva. Focus giurisprudenziale (Aprile 2013-Aprile 2014).

LA CAUSALITA’ OMISSIVA NEL DIRITTO PENALE.

(Contributo inviato in anteprima agli iscritti alla newsletter)

1) Profili generali.

2) Articoli correlati pubblicati su Mondodiritto.

3) Focus Giurisprudenziale. (Periodo: Aprile 2013 – Aprile 2014).

1) Profili generali.

Ai sensi dell’art. 40 c.p. “nessuno può essere punito per un fatto preveduto dalla legge come reato, se l’evento dannoso o pericoloso, da cui dipende la esistenza del reato, non è conseguenza della sua azione od omissione. Non impedire un evento, che si ha l’obbligo giuridico di impedire, equivale a cagionarlo”. Il nesso di causalità è l’anello di collegamento tra l’azione e l’evento ed è la spiegazione in formula giuridica del decorso del tempo che dall’azione si evolve fino a provocare l’evento.

La causalità in senso c.d. naturalistico sottolinea l’evento naturalistico e si esplica nella correlazione esclusivamente materiale, e quasi sempre evidente, tra l’evento e il danno, che porta ad una modificazione della realtà naturalistica. Secondo la dottrina tradizionale, concezione ormai superata, con un’essenza fisico-naturalistica, l’omissione era interpretata come un’inerzia, un aliud facere o come movimento interno nervoso con cui si arresta l’impulso di agire.

La causalità c.d. di condotta riguarda invece la correlazione esistente tra l’azione dell’uomo, la modificazione del decorso naturale e l’evento conseguente. Oggi si è tesi verso un’essenza c.d. normativa, secondo l’accessione del “non facere quod debeatur”; l’omissione è quindi vista come un mancato compimento dell’azione possibile che il soggetto ha il dovere giuridico non anche solo morale o sociale di compiere : è dunque necessario che sussista un obbligo giuridico di agire e la possibilità di adempierlo.

Occorre distinguere il reato omissivo proprio da quello improprio. Il reato omissivo proprio consiste nel mancato compimento di un’azione che la legge penale comanda di realizzare; il reato omissivo improprio consiste invece nella violazione dell’obbligo di impedire il verificarsi di un evento tipico ai sensi della fattispecie commissiva-base.

A differenza dei reati di mera omissione che contravvengono ad un comando di agire, i reati omissivi impropri oltre a violare il divieto di cagionare l’evento che porta alla fattispecie commissiva, violano il divieto di cagionare, con la propria omissione l’evento tipico: il comportamento del soggetto, ai sensi dell’art. 40 comma 2 c.p.c. concerne l’obbligo giuridico di impedire l’evento, sicchè si ritiene che in capo a tale soggetto sussista una posizione di garanzia. La titolarità della posizione di garanzia apre l’ampio dibattito del rapporto tra diritto penale e processo.

La sentenza Franzese ha ben individuato i punti focali su cui incentrare il dibattito concernente la responsabilità penale personale e l’appartenenza del fatto al soggetto imputato, ponendo l’accento sulla certezza processuale ed evidenziando la funzione propria del processo come tutela e garanzia della causalità. La correlazione tra diritto sostanziale e processuale è la chiave di lettura dell’interpretazione dell’art. 40 secondo comma c.p. che porta ad applicazioni talvolta incerte e confuse per mancanza di tipizzazione delle categorie di soggetti responsabili sui quali incombe l’obbligo giuridico di impedire l’evento.

Nessun cittadino può essere chiamato a rispondere per un suo mancato intervento volto a scongiurare la lesione di beni giuridici a carico di un soggetto, la cui violazione porti a responsabilità penale.

L’art. 40 c.p. infatti non specifica i casi in cui l’obbligo a carico di un soggetto è giuridicamente rilevante: è quindi devoluto alla dottrina e alla giurisprudenza il compito di individuare l’ambito di applicazione delineandone i limiti.

La posizione di garanzia è configurabile come il vincolo esistente tra un soggetto garante ed un bene giuridico il cui titolare è incapace di proteggerlo in modo autonomo: essa incombe su determinati soggetti per la protezione di specifici beni che necessitano di essere salvaguardati.

La dottrina dominante, avallata anche da lontana giurisprudenza, individua le situazioni tipiche in base alla fonte formale che ne determinano il vincolo: tale teoria, c.d. “teoria del trifoglio” ravvisa la fonte dell’obbligo giuridico di attivarsi nella legge, nel contratto e in una precedente azione pericolosa. In seguito è stato esteso l’ambito di operatività dell’istituto alla “negotiorum gestio” ed alla consuetudine. Tale interpretazione ha subito molteplici critiche, in special modo con riguardo alla precedente azione pericolosa in quanto in contraddizione con la formalità dell’obbligo, non esistendo alcuna norma giuridica esplicita.

Al contrario, la c.d. “teoria sostanzialistica” pone l’accento sulle situazioni di fatto in cui è possibile ravvisare in capo ad alcuni soggetti una posizione fattuale di garanzia: anche tale interpretazione ha condotto a molte critiche, soprattutto per il possibile contrasto sia con il principio costituzionale di riserva di legge che con quello di determinatezza.

La più recente dottrina, avallata dalla più recente giurisprudenza, mantiene le indicazioni fornite dalla teoria formale, ma selezionando i casi di obblighi di garanzia sulla base di criteri materiali e contenutistici elaborati nella teoria sostanzialistica. Si ritiene che le posizioni di garanzia possono essere scisse principalmente in due categorie in senso funzionale: la posizione di protezione e quella di controllo.

La posizione di controllo ha lo scopo di preservare determinati beni giuridici da tutti i pericoli che possano minacciarne l’integrità, in modo indipendente dalla fonte da cui scaturiscono. La posizione di controllo ha per scopo di neutralizzare determinate fonti di pericolo in modo da garantire l’integrità di tutti i beni giuridici che ne possono risultare minacciati.

Parte minoritaria della dottrina ha seguito una tripartizione delle posizioni di garanzia dando ulteriore rilievo all’impedimento di fatti di reato di terzi.

E’ necessario, inoltre, riservare attenzione al caso dell’assunzione volontaria della posizione di garanzia: anche se alcuni autori inquadrano tale ipotesi nella gestione di affari ai sensi dell’art. 2028 c.c., ai fini della responsabilità penale in esame è importante porre l’accento sull’intervento del garante in relazione al bene protetto ed in particolare se l’intervento determini o accentui un’esposizione a pericolo del bene da proteggere.

Per quanto concerne l’elemento soggettivo del garante si ritiene, anzitutto, la conoscenza della propria posizione di garanzia, non potendo mai invocarsi un errore di diritto a meno che non sia inevitabile (Corte Cost. n. 364/88).

La dottrina, nell’analisi del dolo, è divisa in tre orientamenti:

a) il dolo come conoscenza della situazione tipica,

b) il dolo come percezione di un obbligo di attivarsi,

c) il dolo come conseguente decisione di non intervenire.

Infine, secondo alcuni, il dolo ricorre solo quando è solo intenzionale, evidenziando che il comportamento del garante è doloso quando egli abbia agito con lo scopo di produrre l’evento.

La giurisprudenza è orientata nell’avallare tale ultima interpretazione, configurando il dolo nella volontà mirata alla produzione dell’evento.

Un esempio di posizione di garanzia è dato dal comportamento del medico psichiatra che si esplica attraverso i doveri terapeutici ma anche attraverso obblighi di necessaria sorveglianza del malato in tutti i casi in cui le condizioni di questi ne manifestino uno stato di pericolosità che possa far configurare gesti inconsulti; insorge, dunque, in capo al sanitario psichiatrico l’obbligo giuridico di impedire l’evento.

Si ritiene, infine, che le posizioni di garanzia possano sia nascere direttamente in capo a determinati soggetti in relazione allo specifico ruolo o alla speciale protezione rivestita e sia “trapassare” dal titolare originario ad un soggetto diverso, la c.d. “delega di funzioni”. Infatti, nel caso della delega di funzioni, il soggetto formalmente titolare dei numerosi obblighi di condotta penalmente sanzionati non sempre è in grado di adempiervi personalmente, è quindi indotto a delegare l’adempimento degli obblighi ad altri collaboratori.

Tale fenomeno assume rilevanza penale soprattutto per una eventuale esenzione di responsabilità da parte del nuovo soggetto di fatto preposto all’adempimento.

Con la delega si ha un trasferimento al delegato di compiti del delegante ed assurge a possibile strumento di liberazione del delegante oltre che a strumento per la costituzione di poteri e doveri in capo al delegato. La delega si differenzia dal mero incarico di esecuzione in quanto quest’ultimo non darebbe vita ad una nuova posizione di garanzia del dante incarico; comunque per costituire il delegato come ulteriore garante degli interessi, entro l’ambito affidatogli dalla delega, ciò che è necessario è che vi sia un conferimento di poteri idoneo ad individuare una autonoma posizione funzionale. Se la delega è limitata essa avrà un’efficacia liberatoria di responsabilità limitata: infatti la misura dei poteri delegati, cioè la minore o la maggiore ampiezza della delega incide non sulla ammissibilità ed efficacia della stessa, ma sulla ripartizione dei poteri e doveri fra delegante e delegato.

Per quanto concerne la forma della delega, seguendo la c.d. teoria formale, è necessaria una delega formale che consenta di verificare quali poteri siano stati dati al delegato, la delega deve quindi essere esplicita, inequivoca e fatta in forma scritta. Seguendo invece la teoria c.d. funzionalistica la ripartizione delle funzioni emerge da situazioni di fatto. 

Tuttavia, anche se dall’ordinamento vigente non è dato desumere alcun vincolo di forma, che attiene solo al piano probatorio, nella prassi è ferma la preferibilità di una delega formale chiaramente espressa.
Secondo la teoria formale la delega dispiegherebbe i propri effetti sul solo piano soggettivo della colpevolezza, non liberando da responsabilità penale il delegante per il solo fatto di possedere la qualifica originariamente acquisita  e di non aver adempiuto all’obbligo di sorveglianza e vigilanza sull’operato del delegato, oltre che al principale obbligo giuridico di impedire l’evento lesivo cagionato dall’incaricato.

Al contrario, la teoria funzionalistica riconduce gli effetti della delega sul piano oggettivo della tipicità, incentrandosi sull’analisi delle funzioni concretamente esercitate ad esempio all’interno dell’azienda. Quale indice univoco della titolarità degli obblighi di garanzia penalmente rilevanti e trasferendo così la titolarità dell’obbligo penalmente sanzionato dal dante incarico all’incaricato, liberando il primo dalla responsabilità penale per gli illeciti commessi dal secondo.
Infine, una teoria intermedia esclude che il delegante possa liberarsi dal ruolo di garante in forza di un semplice atto di autonomia privata e che avrebbe comunque la facoltà di creare nuove posizioni di garanzia mediante la delega in capo ai propri collaboratori, tale da non spogliarsi di tutti gli obblighi di tutela originari, ma mantenendo la titolarità di un residuo non delegabile.

Il dante incarico conserverebbe un ruolo determinante nella gestione organizzativa, con l’ulteriore obbligo di vigilare ex art. 40 secondo comma c.p. sull’adempimento dei compiti attribuiti al delegato.

La giurisprudenza, invece, ha posto maggiore attenzione all’analisi dei requisiti di efficacia e di validità del trasferimento di funzioni.

In caso ad esempio di attività svolta in equipe , sorgono obblighi incombenti sul soggetto apicale compreso quello della sorveglianza sui collaboratori ed obblighi di segnalazioni che investono ogni membro dell’equipe che percepisca un contegno di un altro membro, inadeguato o scorretto e che lasci configurare la consumazione di un fatto lesivo.

In conclusione può dirsi che le molteplici incertezze interpretative sulla posizione di garanzia sono dovute alla genericità dell’art. 40 secondo comma c.p. che porta a risvolti negativi anche per quanto concerne la certezza processuale.

E’ doveroso ricordare il Progetto preliminare di riforma del Codice Penale, elaborato dalla Commissione Grosso, nel quale erano state tipizzate le singole posizioni di garanzia penalmente rilevanti, attraverso l’espressa individuazione dei soggetti attivi e dei singoli beni giuridici meritevoli di protezione.

E’ auspicabile che in futuro si prenda in considerazione una tale soluzione sicuramente idonea a fare luce sulle molteplici incertezze interpretative dell’art. 40 c.p. affrontate orami da tempo da dottrina  da giurisprudenza.

2)   Osservatorio giurisprudenziale. Art. 40 c.p. (Periodo:  Giugno 2013 – Aprile2014). 

Osservatorio Diritto Penale.
La causalità omissiva. Art. 40 c.p.
Massime giurisprudenziali: Giugno  2013 – Aprile  2014. 

Cassazione civile sez. III n. 5509 del 10 marzo 2014

Il soggetto nato dopo la morte del padre naturale, verificatasi per fatto illecito di un terzo durante la gestazione, ha diritto nei confronti del responsabile al risarcimento del danno per la perdita del relativo rapporto e per i pregiudizi di natura non patrimoniale e patrimoniale che gli siano derivati.

Cassazione civile sez. III n. 5504 del 10 marzo 2014

In tema di risarcimento per morte di un congiunto a seguito di un incidente stradale, l'ipotesi della compensatio lucri cum damno non si configura quando, a seguito della morte della persona offesa, ai congiunti superstiti aventi diritto al risarcimento del danno venga concessa un pensione di reversibilità, giacché tale erogazione si fonda su un titolo diverso rispetto all'atto illecito.

Cassazione civile sez. III n. 4447 del 25 febbraio 2014

Ai fini della liquidazione del danno biologico subito a seguito di un sinistro stradale, le Tabelle Milanesi, individuatrici del concetto di valutazione equitativa, assumono rilievo come una sorta di elemento extratestuale della norma dell'art. 1226 c.c. e ciò non già per una diretta forza cogente che esse abbiano sub specie di norme di diritto, bensì per effetto del riconoscimento della loro corrispondenza sul piano generale ai criteri di equità.

Cassazione civile sez. III n. 4439 del 25 febbraio 2014

Anche se può manifestarsi in molti modi diversi, il danno non patrimoniale è un categoria unitaria ed omnicomprensiva, al pari del resto di quello patrimoniale, che non muta la propria natura sol perché si sia abbattuto su beni di natura diversa. Da questa qualificazione sostanziale consegue, sul piano processuale, che chi invoca il risarcimento del danno non patrimoniale non ha alcun onere di adottare l'una piuttosto che l'altra delle varie formule qualificazione elaborate dalla prassi, ma ha semplicemente l'onere di allegare il concreto tipo di pregiudizio non patrimoniale patito, in assolvimento dell'onere imposto dall'art. 163, comma 3, n. 4, prima parte, c.p.c..

Cassazione civile sez. III n. 1766 del 28 gennaio 2014

Il risarcimento del danno non patrimoniale ha luogo in conseguenza della lesione di interessi della persona di rango costituzionale, oppure nei casi espressamente previsti dalla legge, ai sensi dell'art. 2059 cod. civ. Ne consegue che va escluso che l'interruzione della somministrazione di energia elettrica, anche se fonte di disagio, appartenga al novero dei pregiudizi meritevoli di considerazione a tale titolo, rientrando tra le contrarietà e gli inconvenienti della vita quotidiana in relazione ai quali l'ordinamento richiede un certo margine di tolleranza.

Cassazione civile sez. III n. 1762 del 28 gennaio 2014

In forza del principio di unitarietà del danno non patrimoniale, non è ammissibile, nel nostro ordinamento, l'autonoma categoria di "danno esistenziale" in quanto, ove in essa si ricomprendano i pregiudizi scaturenti dalla lesione di interessi della persona di rango costituzionale, ovvero derivanti da fatti-reato, essi sono già risarcibili ai sensi dell'art. 2059 c.c., con la conseguenza che la liquidazione di una ulteriore posta di danno comporterebbe una non consentita duplicazione risarcitoria; ove, invece, si intendesse includere nella categoria i pregiudizi non lesivi di diritti inviolabili della persona, la stessa sarebbe illegittima, posto che simili pregiudizi sono irrisarcibili alla stregua del menzionato articolo.

Cassazione civile sez. III n. 1361 del 2 gennaio 2014.

Nel liquidare il danno morale il giudice deve dare motivatamente conto del significato ad esso attribuito, ed in particolare se lo abbia valutato solo alla stregua di "patema d'animo" (e cioè di sofferenza interiore o perturbamento psichico), vale a dire di "danno morale subiettivo", di natura meramente emotiva e interiore, ovvero anche in termini di pregiudizio arrecato alla dignità o integrità morale, quale massima espressione della dignità umana.

Cassazione civile sez. III n. 1361 del 23 gennaio 2014.

La categoria generale del danno non patrimoniale - che attiene alla lesione di interessi inerenti alla persona non connotati da valore di scambio - presenta natura composita, articolandosi in una serie di aspetti (o voci) aventi funzione meramente descrittiva, quali il danno morale (identificabile nel patema d'animo o sofferenza interiore subìti dalla vittima dell'illecito, ovvero nella lesione arrecata alla dignità o integrità morale, quale massima espressione della dignità umana), quello biologico (inteso come lesione del bene salute) e quello esistenziale (costituito dallo sconvolgimento delle abitudini di vita del soggetto danneggiato), dei quali - ove essi ricorrano cumulativamente - occorre tenere conto in sede di liquidazione del danno, in ossequio al principio dell'integralità del risarcimento, senza che a ciò osti il carattere unitario della liquidazione, da ritenere violato solo quando lo stesso aspetto (o voce) venga computato due (o più) volte sulla base di diverse, meramente formali, denominazioni.

Cassazione civile sez. III n. 1361 del 23 gennaio 2014

La liquidazione del danno da perdita della vita deve compiersi in applicazione dell'art. 1226 cod. civ., essendo rimessa alla discrezionalità del giudice di merito l'individuazione di criteri che consentano di pervenire ad un equo ristoro, evitando però sia l'adozione di soluzioni di carattere meramente soggettivo, sia la determinazione di un ammontare eguale per tutti, occorrendo, per contro, un'adeguata personalizzazione in considerazione, in particolare, dell'età, dello stato di salute e delle speranze di vita futura della vittima, nonché dell'attività da essa svolta e delle sue condizioni personali e familiari.

Cassazione civile sez. III n. 1361 del 23 gennaio 2014

Il risarcimento del danno da perdita della vita ha funzione compensativa, e il relativo diritto (o ragione di credito) è trasmissibile "iure hereditatis", atteso che la non patrimonialità è attributo proprio del bene protetto (la vita) e non già del diritto al ristoro della lesione ad esso arrecata.

Cassazione civile sez. III n. 1361 del 23 gennaio 2014.

Il risarcimento del danno non patrimoniale da perdita della vita - bene supremo dell'individuo, oggetto di un diritto assoluto ed inviolabile - è garantito dall'ordinamento in via primaria anche sul piano della tutela civile, presentando carattere autonomo, in ragione della diversità del bene tutelato, dal danno alla salute, nella sua duplice configurazione di danno "biologico terminale" e di danno "catastrofale". Esso, pertanto, rileva "ex se", a prescindere dalla consapevolezza che il danneggiato ne abbia avuto, dovendo ricevere ristoro anche in caso di morte cosiddetta "immediata" o "istantanea", senza che assumano rilievo né la persistenza in vita della vittima per un apprezzabile lasso di tempo, né l'intensità della sofferenza dalla stessa subìta per la cosciente e lucida percezione dell'ineluttabilità della propria fine.

Cassazione civile sez. III n. 1361 del 23 gennaio 2014.

Il ristoro pecuniario del danno non patrimoniale non può mai corrispondere alla relativa esatta commisurazione, sicché se ne impone la valutazione equitativa. Tale valutazione, che attiene alla quantificazione e non già all'individuazione del danno, deve essere condotta con prudente e ragionevole apprezzamento di tutte le circostanze del caso concreto, considerandosi in particolare la rilevanza economica del danno alla stregua della coscienza sociale e i vari fattori incidenti sulla gravità della lesione; i criteri di valutazione equitativa, la cui scelta e adozione è rimessa alla prudente discrezionalità del giudice, devono essere idonei a consentire altresì la c.d. personalizzazione del danno, al fine di addivenire ad una liquidazione equa, e cioè congrua , adeguata e proporzionata.

La liquidazione deve rispondere ai principi dell'integralità del ristoro, e pertanto:

a) non deve essere puramente simbolica o irrisoria o comunque non correlata all'effettiva natura o entità del danno ma tendere, in considerazione della particolarità del caso concreto e della reale entità del danno, alla maggiore approssimazione possibile all'integrale risarcimento;

b) deve concernere tutti gli aspetti ( o voci ) di cui la generale ma composita categoria del danno non patrimoniale si compendia. Il principio della integralità del ristoro subito dal danneggiato non si pone in termini antitetici ma trova per converso correlazione con il principio in base al quale il danneggiante è tenuto al ristoro solamente dei danni arrecati con il fatto illecito a lui causalmente ascrivibile, l'esigenza della cui tutela impone di evitarsi altresì duplicazioni risarcitorie, le quali si configurano ( solo ) allorquando lo stesso aspetto ( o voce ) viene computato due o più volte, sulla base di diverse, meramente formali, denominazioni, laddove non sussistono in presenza della liquidazione dei molteplici diversi aspetti negativi causalmente derivanti dal fatto illecito ed incidenti sulla persona del danneggiato.

Cassazione civile sez. III n. 1361 del 23 gennaio 2014.

La categoria generale del danno non patrimoniale, che attiene alla lesione di interessi inerenti alla persona non connotati da valore di scambio, è di natura composita e ( così come il danno patrimoniale si scandisce in danno emergente e lucro cessante) si articola in una pluralità di aspetti (o voci) con funzione meramente descrittiva, quali il danno biologico e il danno da perdita del rapporto parentale o c.d. esistenziale

Cassazione civile sez. III n. 1361 del 23 gennaio 2014.

Il danno morale va inteso a) come patema d'animo o sofferenza interiore o perturbamento psichico nonché b) come lesione alla dignità o integrità morale, quale massima espressione della dignità umana.

Cassazione civile sez. IV n. 1299 del 22 gennaio 2014.

Nel nostro ordinamento, si ritiene inammissibile la figura dell'autonoma categoria di "danno esistenziale", inteso quale pregiudizio alle attività non remunerative della persona. Infatti ove in questa categoria si ricomprendano i pregiudizi scaturenti dalla lesione di interessi della persona di rango costituzionale, ovvero derivanti da fatti-reato, essi sono già risarcibili ai sensi dell'art. 2059 c.c., con la conseguenza che la liquidazione di una ulteriore posta di danno comporterebbe una duplicazione risarcitoria. Ove nel "danno esistenziale" si intendesse includere pregiudizi non lesivi di diritti inviolabili della persona, tale categoria sarebbe del tutto illegittima, posto che simili pregiudizi sono irrisarcibili, in virtù del divieto di cui all'art. 2059 c.c..

Cassazione civile n. 759 del 16 gennaio 2014.

Rientra nell'unitaria categoria di danno non patrimoniale il danno catastrofale, che si sostanzia nel risarcimento della sofferenza patita dalla vittima nel periodo breve che precede la morte in cui essa ha avuto la possibilità di rendersi conto della gravità del proprio stato e dell'approssimarsi della morte. Tale danno, in quanto qualificabile come danno morale spettante "iure hereditatis", può essere legittimamente trasmesso agli eredi a condizione che la vittima abbia patito quella sofferenza determinata dall'accorgersi della vicina fine della vita. Di conseguenza, tale danno non è configurabile in capo ad una persona che sia rimasta in stato di incoscienza dal momento in cui si è verificato l'evento lesivo fino alla morte (nella specie la Corte di appello aveva ritenuto che la vittima dell'incidente stradale era stata costantemente in coma per il breve periodo di sopravvivenza e che, di conseguenza, non aveva potuto patire quella sofferenza derivante dalla coscienza della prossima morte di cui oggi gli eredi chiedevano il risarcimento).

Cassazione civile sez. lav. N. 687 del 15 gennaio 2014.

In caso di revoca illegittima di un incarico dirigenziale da parte del datore di lavoro pubblico, costituiscono profili rilevanti, ai fini del diritto del lavoratore al risarcimento del danno non patrimoniale, le ragioni dell'illegittimità del provvedimento di revoca, le caratteristiche, la durata e la gravità dell'attuato demansionamento, la frustrazione di ragionevoli aspettative di progressione e le eventuali reazioni poste in essere nei confronti del datore di lavoro e comprovanti l'avvenuta lesione dell'interesse relazionale.

Cassazione civile sez. lav. N. 687 del 15 gennaio 2014.

La liquidazione del danno non patrimoniale deve essere complessiva e cioè tale da coprire l'intero pregiudizio a prescindere dai "nomina iuris" dei vari tipi di danno, i quali non possono essere invocati singolarmente per un aumento della anzidetta liquidazione. Tuttavia, sebbene il danno non patrimoniale costituisca una categoria unitaria, le tradizionali sottocategorie del "danno biologico" e del "danno morale" continuano a svolgere una funzione, per quanto solo descrittiva, del contenuto pregiudizievole preso in esame dal giudice, al fine di parametrare la liquidazione del danno risarcibile.

Cassazione civile sez. lav. n. 386 del 10 gennaio 2014.

Il danno morale e quello sessuale e alla vita di relazione rientrano nell'ampia ed omnicomprensiva categoria del danno non patrimoniale che non è possibile suddividere in ulteriori sottocategorie se non con valenza meramente descrittiva. La loro esistenza può presumersi anche in base a mere massime di esperienza, in particolare se basate sui rapporti personali fra coniugi, salva restando la possibilità di prova contraria.

Cassazione civile sezione lav. n. 172 del 08 gennaio 2014.

Il danno alla professionalità non può essere considerato "in re ipsa" nel semplice demansionamento, essendo invece onere del dipendente provare tale danno dimostrando, ad esempio, un ostacolo alla progressione di carriera.

ARTICOLI CORRELATI:

Articoli correlati pubblicati su Mondodiritto.

Fai una domanda

nascosti