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DIRITTO PROCESSUALE PENALE. Liberazione anticipata e attività  lavorativa svolta in carcere. Cass. pen. 08 febbraio 2011.n. 4522.

Ai fini della concessione della liberazione anticipata, il Tribunale di sorveglianza deve tenere conto dell'attività  lavorativa svolta in carcere, onde stabilire se dalla stessa "“ per qualità , durata, svolgimento a richiesta, ecc. "“ sia positivamente desumibile l'inizio di un percorso partecipativo di risocializzazione del detenuto. Cass. pen. 08 febbraio 2011 n. 4522.

Nota dell' Avv. Salvatore Braghini

La Corte di Cassazione – prima sezione penale - con la sentenza n. 4512, depositata in data 8 febbraio 2011, ha pronunciato un importante arresto concernente l’incidenza dell’attività lavorativa svolta all’interno del carcere ai fini della valutazione della domanda di liberazione anticipata. Il giudice di sorveglianza nell’emettere un giudizio su tale domanda, non può, infatti, non tenere conto della circostanza che il detenuto abbia svolto attività lavorativa all'interno dell’istituto penitenziario. Secondo la Cassazione, l'aver svolto in carcere attività di lavoro – espressamente riconosciuta dall’ordinamento penitenziario riformato quale strumento privilegiato per il reinserimento sociale del detenuto (artt. 15 e 20 O.P.)  - costituisce una palese dimostrazione del percorso rieducativo svolto durante il periodo di detenzione, cui il soggetto ha positivamente aderito.
 Il condannato si era rivolto al Tribunale di Sorveglianza di Palermo al fine di chiedere il beneficio della liberazione anticipata sulla base del suo comportamento tenuto per tutto il periodo di detenzione. L’organo invocato rispondeva accogliendo solo parzialmente l’istanza. Con ordinanza del 29.06.2010, infatti, riconosceva una valutazione positiva ai fini della liberazione anticipata in riferimento soltanto ad un periodo di tempo nel mentre negava tale richiesta relativamente ad un altro trascorso. Nella motivazione, il giudice deputato alla sorveglianza dei detenuti, adduceva il fatto che la condotta del recluso, pur risultando formalmente corretta in quanto priva di rilievi disciplinari, non consentiva di ravvisare ulteriori requisiti, idonei al rilascio del richiesto beneficio. Ai fini di individuare l’esistenza di condizioni positive ordinate alla concessione premiale, si sarebbe dovuto registrare, a giudizio del magistrato, una fattiva adesione alle proposte rieducative. Per l’intanto veniva impugnata l’ordinanza da parte del condannato al fine di chiederne l’annullamento nella forma del ricorso per Cassazione. Nel merito questi eccepiva che il provvedimento emesso dal Tribunale del riesame non aveva valutato l’attività lavorativa svolta dall’istante in carcere. Il lavoro prestato, regolarmente documentato, era tale da comprovare un suo proficuo impegno di recupero umano e sociale, tale da dover essere opportunamente valutato ai fini dell’anticipazione di cui all’art. 54 della legge 354/1975.
La Suprema Corte, prima sezione penale, accogliendo il ricorso, ha ritenuto che l’omessa valutazione da parte del giudice competente costituisse senz’altro un vizio di motivazione. Sviluppando il suo ragionamento, il Giudice delle leggi ha evidenziato che il provvedimento contenuto nell’ordinanza con cui il Tribunale ha respinto la richiesta del detenuto, in relazione al periodo determinato oggetto dell’esame, risultava non correttamente fondato, perché assumeva il dato della condotta del detenuto mediante la formulazione di un giudizio incompleto. In altre parole, la valutazione ai fini della concessione della liberazione anticipata veniva applicata alla sola condotta tenuta nel carcere, immune da censure disciplinari, scotomizzando altri aspetti importanti e  muovendo di tal guisa da un’istruttoria insufficiente che inficiava la legittimità dell’intero provvedimento. La posizione del detenuto, per il periodo oggetto di diniego, andava invece esaminata effettuando una giusta ponderazione anche del lavoro svolto in carcere dallo stesso, sulla base della considerazione che risulta indiscutibile il valore da attribuire all’attività lavorativa prestata in un istituto penitenziario. Ciò al fine di stabilire se dalla stessa attività, per le modalità e le caratteristiche in cui si estrinseca, sia positivamente desumibile, unitamente ad ogni altro elemento afferente alla valutazione, l’inizio di un percorso partecipativo intenzionalmente volto ad assecondare il processo di risocializzazione. 
La Corte rinvia alla legge 26 luglio 1975 n. 354 recante Norme sull'ordinamento penitenziario e sull'esecuzione delle misure privative e limitative della libertà, che all’art. 54 si occupa giustappunto della ”liberazione anticipata”. Al comma 1 del predetto articolo è disposto quanto segue: Al condannato a pena detentiva che ha dato prova di partecipazione all'opera di rieducazione è concessa, quale riconoscimento di tale partecipazione, e ai fini del suo più efficace reinserimento nella società, una detrazione di quarantacinque giorni per ogni singolo semestre di pena scontata. A tal fine è valutato anche il periodo trascorso in stato di custodia cautelare o di detenzione domiciliare. In tale contesto l’attività lavorativa svolta in carcere risulta, dunque, essere un elemento qualificante ai fini della liberazione anticipata e pertanto meritevole di riscontro ai sensi della norma citata. Queste le parole del giudice delle leggi: “…risulta dunque che il Tribunale di competenza ha omesso di valutare la posizione del detenuto - per il periodo oggetto di diniego - con riferimento al lavoro svolto in carcere dallo stesso, come dalla relativa documentazione che risulta essere stata versata in atti. Tale omessa valutazione configura vizio di motivazione, posto che sia del tutto pacifico che l'attività lavorativa svolta in carcere non possa essere ignorata ai fini in parola onde stabilire se dalla stessa - per qualità, durata, svolgimento a richiesta, ecc. - sia positivamente desumibile, in una con ogni altro elemento di pertinente valutazione, l'inizio di un percorso partecipativo di risocializzaizone meritevole ex art. 54 Ord. Pen.- L'impugnata ordinanza va dunque per tal motivo annullata in parte qua. Il giudice di rinvio si atterrà, nel nuovo esame, eventualmente anche previi ulteriori accertamenti (richiedendo relazione), ai principi dettati dalla presente decisione di legittimità”.
Invero, il principio della discontinuità della pena trova proprio nell’art 54 O. P. una sua specifica modalità di attuazione (l’altra consiste nella concessione dei permessi), radicata nella concezione rieducativa insita nella legge di riforma dell’Ordinamento Penitenziario del 1975. Il magistrato di sorveglianza presiede al monitoraggio del comportamento del detenuto, osservandone il divenire della personalità ed accertandone l’eventuale partecipazione al processo riabilitativo per concederne una riduzione della pena. 
Il giudice delle leggi ha colto nella vicenda esaminata la centralità del lavoro quale strumento di rieducazione, collegando opportunamente l’eziogenesi  premiale dell’art. 54 all’art. 15 e all’art. 20 della stessa legge. Nel merito del “trattamento” in carcere, la riforma contempla, infatti, una serie di attività convergenti con l’obiettivo del recupero psicofisico e della promozione della personalità del recluso, assegnandone lo sviluppo alla valorizzazione di alcuni strumenti nonché di specifiche risorse umane e sociali, tra le quali in primo piano si colloca proprio il lavoro. L’istruzione, il lavoro, le espressioni culturali, ricreative e sportive, unitamente agli opportuni contatti con il mondo esterno e ai rapporti con la famiglia (cfr. art. 15 O.P.) individuano canali privilegiati volti a promuovere il reinserimento del condannato; pertanto la partecipazione a queste attività, e segnatamente al lavoro, non può restare indifferente ai fini della valutazione complessiva della condotta del detenuto, anche nell’ambito del beneficio attinto all’art. 54 O.P.. Ai sensi del secondo  comma dell’art. 15 si afferma il collegamento tra lavoro e rieducazione, stabilendo che Ai fini del trattamento rieducativo, salvo casi d'impossibilità, al condannato e all'internato è assicurato il lavoro. Il concetto è ripreso nell’art. 20 O.P., espressamente dedicato al lavoro, con cui, in modo più specifico, si ribadisce che Negli istituti penitenziari devono essere favorite in ogni modo la destinazione dei detenuti e degli internati al lavoro e la loro partecipazione a corsi di formazione professionale... ; tanto che possono essere istituite lavorazioni organizzate e gestite direttamente da imprese pubbliche o private e possono essere istituiti corsi di formazione professionale organizzati e svolti da aziende pubbliche, o anche da aziende private convenzionate con la regione. Anzi, per i condannati e per i sottoposti alle misure di sicurezza della colonia agricola e della casa di lavoro il lavoro è obbligatorio (cfr. comma 3 art. 20 O.P.).
Circa la natura giuridica di tale obbligo - per quanto concorre a meglio comprendere il fondamento ultimo della decisione del giudice di legittimità - va precisato che nel vigente sistema penitenziario il trattamento è venuto progressivamente perdendo il tradizionale carattere di imposizione, atteggiandosi sempre più alla stregua di “un’offerta di interventi” rivolto alla popolazione carceraria. Dei diversi orientamenti elaborati dalla giurisprudenza, l'interpretazione più plausibile e conforme allo 'spirito' della legge sull’ordinamento penitenziario sembra essere piuttosto quella di considerare il lavoro penitenziario allo stesso tempo come diritto ed obbligo per il detenuto. Le argomentazioni a sostegno di questa conclusione possono essere attinte anzitutto alla stessa legge di riforma dell’Ordinamento Penitenziario, laddove è scritto che “il lavoro è obbligatorio” (art. 20 terzo comma) e parimenti che deve essere “assicurato” ai condannati e agli internati (art. 15 secondo comma). Ne consegue, in primo luogo, che alla luce della nostra Carta costituzionale, secondo la quale “le pene [...] devono tendere alla rieducazione del condannato" (art. 27, terzo comma), il lavoro svolto in carcere così come inteso dall’attuale Ordinamento Penitenziario, ha perso ogni connotato di afflittività, per divenire invece un efficace strumento, ed anzi il più importante, tra quelli messi in campo ai sensi dell’art. 15 O.P. ai fini del trattamento rieducativo. L’obbligatorietà pertanto muove dal presupposto che l’esercizio di un'attività lavorativa delinea una parte integrante e saliente del percorso riabilitativo, e non più di una pena accessoria alla detenzione; da ciò derivando la conseguenza che l’amministrazione penitenziaria deve assumersi l’onere di adoperarsi allo scopo di assicurare a ciascun detenuto una tale opportunità di reintegrazione sociale. Del resto, a proposito, basti citare l’art. 71 delle Regole penitenziarie europee secondo cui “i condannati possono (dunque non debbono) essere soggetti all’obbligo di lavoro”. 
Il connotato dell’obbligatorietà, alla luce del principio costituzionale, viene dunque interpretato nel senso di una estromissione della qualifica del lavoro come conseguenza della pena, e di una sua inclusione quale una forma di esecuzione della stessa in funzione rieducativa del detenuto (cfr. BETTINI M. N., Ferie e parità di trattamento dei detenuti, nota a Corte Cost., 22 maggio 2001, n. 158, in Massimario giurisprudenza del lavoro, 2001, p. 1228).  Con la notevole differenza che  nella normativa costituzionale il lavoro diventa l’oggetto di un dovere privo di rilevante coercibilità, mentre nella legge penitenziaria il lavoro del detenuto resta configurato come un obbligo inequivocabilmente sanzionato, anche se solo a livello di sanzioni di natura disciplinare (Cfr. TRANCHINA G., Vecchio e nuovo a proposito di lavoro penitenziario, in AA.VV., Diritti dei detenuti e trattamento penitenziario, a cura di Grevi V., Bologna, Zanichelli, 1981, p. 151).  Non a caso l’art. 77 reg. esec. O.P., prevede che siano inflitte sanzioni disciplinari ai detenuti che si sono resi responsabili di volontario inadempimento degli obblighi lavorativi.
In definitiva, dalla lettura combinata degli articoli dell’O.P. che parlano di lavoro - per quanto si riflette nella problematica risolta dalla sentenza ivi esaminata - se ne può ricavare sia che il lavoro deve essere “assicurato”, salvo casi di impossibilità, costituendo un “diritto” del detenuto, sia che tale attività non può essere imposta coattivamente alla stregua di un “lavoro forzato”, bensì essere, comunque, scelta dal recluso (ancor di più se ancora “imputato”). Assunto ciò, ne consegue l’apertura significativa di margini valutativi dell’atteggiamento del detenuto, il quale, con la decisone di lavorare ha mostrato di assecondare l’”obbligo” previsto dall’art. 20 O.P., in senso negativo per non incorrere nelle sanzioni disciplinari previste, e in senso positivo per attestare la sua partecipazione al tentativo del reinserimento che la società opera su di lui per il tramite della leva lavorativa. Di tal guisa si avvalora ancor di più l’idea centrata nella sentenza de qua, per cui quando la scelta sia di impegnarsi, essa non può più essere trascurata quale parametro oggettivo dell’ostentata adesione di quest’ultimo al proprio processo di risocializazione. E pertanto che, come tale, la scelta operata dal condannato, non può non incidere, unitamente agli altri elementi e alla forma concreta con cui il lavoro si estrinseca, sull’asse valutativo assunto dal magistrato della sorveglianza per decidere in ordine alla liberazione anticipata dello stesso (ex art. 54 O.P.). Tanto più che l’art. 13 O.P. stabilisce il principio della individualizzazione trattamentale  applicato alla persona del carcerato, vale a dire del trattamento della pena organizzato a partire dai suoi bisogni e dai risultati attesi, svolto per il tramite dell’osservazione metodica della sua personalità, ed includendo il monitoraggio dinamico della stessa azione svolta nel carcere; quest’ultimo finalmente orientato a ridurre strategicamente lo spazio residuale tra quanto programmato e l’effetto prodotto, sempre in ragione della modifica comportamentale indotta, rilevata e misurata in vista del reinserimento nella società libera. Si intende per ciò a maggio ragione, che se il trattamento viene convenientemente calibrato sul condannato e questi collabora proficuamente alle proposte educative e alle opportunità pensate anche per lui nel carcere, ciò vale quale segno inequivocabile, sebbene “tendenziale”, del suo reinserimento sociale, che ne giustifica appieno la concessione dei benefici premiali ex art. 54 O.P..
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Corte di Cassazione Sez. Prima Pen. - Sent. del 08 febbraio 2011, n. 4522
1. Con ordinanza in data 29.06.2010 il Tribunale di Sorveglianza di Palermo, in sede di reclamo proposto dal condannato detenuto L.R.S., riconosceva in suo favore anche il periodo dal 18.12.2008 al 14.04.2009 quale utilmente valutabile ai fini della chiesta liberazione anticipata, negando peraltro tale beneficio per il periodo precedente. Per tale parte, oggetto di diniego, rilevava il Tribunale come in capo al predetto condannato risultasse solo una condotta scevra da rilievi disciplinari, quindi formalmente corretta, ma come tale insufficiente al chiesto beneficio per il quale si rendeva necessaria una fattiva adesione alle proposte rieducative.
2. Avverso tale ordinanza, per la parte reiettiva, proponeva ricorso per cassazione l’anzidetto condannato che motivava l’impugnazione deducendo l’omessa valutazione, da parte del Tribunale, del lavoro da lui svolto in carcere, come da documentazione già prodotta, comprovante un suo impegno di recupero umano e sociale.
3. Il Procuratore generale presso questa Corte depositava quindi requisitoria con la quale richiedeva, in accoglimento del proposto ricorso, annullamento con rinvio dell’impugnata ordinanza.
4. Il ricorso, fondato nei termini di cui alla seguente motivazione, deve essere accolto.
Ed invero risulta dal testo stesso dell’impugnato provvedimento che il Tribunale ha respinto la richiesta del L.R.S., per il periodo in esame precedente al 18.12.2008, sul mero rilievo - peraltro in sé astrattamente corretto - dell’insufficienza, ai fini della concessione della liberazione anticipata, della sola condotta inframuraria immune da censure disciplinari. Risulta dunque che il Tribunale di competenza ha omesso di valutare la posizione del detenuto - per il periodo oggetto di diniego - con riferimento al lavoro svolto in carcere dallo stesso, come dalla relativa documentazione che risulta essere stata versata in atti. Tale omessa valutazione configura vizio di motivazione, posto che sia del tutto pacifico che l’attività lavorativa svolta in carcere non possa essere ignorata ai fini in parola onde stabilire se dalla stessa per qualità, durata, svolgimento a richiesta, ecc. sia positivamente desumibile, in una con ogni altro elemento di pertinente valutazione, l’inizio di un percorso partecipativo di risocializzazione meritevole di riscontro ex art. 54 Ord. Pen. L’impugnata ordinanza va dunque per tal motivo annullata in parte qua. Il giudice di rinvio si atterrà, nel nuovo esame, eventualmente anche previ ulteriori accertamenti (richiedendo relazione), ai principi dettati dalla presente decisione di legittimità.
P.Q.M.
Annulla l’ordinanza impugnata e rinvia per nuovo esame al Tribunale di Sorveglianza di Palermo.
Depositata in Cancelleria il 08.02.2011

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